negli occhi di eva

Negli occhi di Eva è una violenza allo
spettatore. Sì, una violenza vera e propria, ma

senza mostrarla mai. E’ nascosta, si cela nel buio, dietro una porta aperta, spalancata, rossa come il sangue;
dietro un fischio, dietro i soffici petali di rosa, dietro una finestra. Un mondo dipinto a mano, dal cuore, dai
pensieri puliti di una donna che si sente sporca e cerca di lavare il proprio mondo impuro, il proprio mondo
caduto, crollato ancora una volta sotto le mani, le parole, le minacce di uomini veri.
Veri come una realtà vuota, scarna, povera.
Una realtà che sa’ di niente.
Una realtà padroneggiata solo da “uomini di niente”

manca solo mozart

Uno spettacolo tratto da una storia vera, a lui molto vicina, consegnata nelle mani di Antonio
Grosso che ne ha scritto la drammaturgia e firmato la regia dando vita a un racconto che
abbraccia anche le storie di chi quel negozio l’ha frequentato. Da Matilde Serao a Riccardo
Muti ancora studente al conservatorio, passando per Roberto Murolo e Renato Carosone fino
a Enzo Avitabile e Pino Daniele.
Partendo da carte, documenti, spartiti e note ritrovati alla rinfusa in un negozio
apparentemente abbandonato e sospeso nel tempo si ripercorre la storia del nostro Paese.
Dai meravigliosi anni della Bella Époque e delle carrozze sul lungomare, a quelli bui della
Seconda Guerra Mondiale fino alla rinascita e poi al boom economico degli anni

eduardo artefice magico

Sempre più spesso si vedono in giro persone che accumulano cose, oggetti come se fossero un’ancora di salvezza verso un passato che è stato, o una possibile strada verso il futuro, un futuro che si spera migliore; mania sempre più diffusa sindrome dell’accumulo compulsivo……e se invece di accumulare oggetti, si accumulasseroparole, e meglio ancora, le parole di un grande drammaturgo, parole che sono diventate letteratura, e perché no, anche leggenda? Se gli esuli della società di oggi accumulassero questo sapere, per cercare nel passato un futuro migliore? Questo lo scopo di #OGGIPIùCHEIERI, portato in scena dalla Compagnia dell’Arte, in uno spettacolo in cui cinque anime sono legate da un unico destino: trovare la salvezza.”Il viaggio universale dei corpi, sempre più umanamente profughi, in questa società di anime di ogni tempo”. Un viaggio nell’universo “eduardiano” quello intessuto dal regista Antonello Ronga che, ancora una volta rielabora un testo facendolo proprio, dando vita cosi ad uno spettacolo unico nel suo genere.
A trent’anni dalla scomparsa del grande autore, le sue parole prendono vita in forma nuova, ancorate al futuro, scardinate dalla tradizione, e proiettate, verso un teatro che ascolta le parole di tutti.

ad occhi chiusi

Bruno è un uomo, ma non solo, Bruno è un musicista, ma non solo, Bruno è un pedofilo, ma non solo.
Bruno vive a Roma, ma non da sempre, siciliano d’origine, approda nella capitale per lavoro.
All’apertura del sipario ci accoglie a casa sua, ospitale ed accogliente introduce lo spettatore nella sua
quotidianità, fatta di buone letture, e virtuose esecuzioni tra i tasti bianchi e neri del pianoforte. Lo
spettatore diviene immediatamente il confidente privilegiato di un racconto che tra le pieghe di
un’apparente normalità nasconde l’orrore.
Lui, Bruno, una sorta di eroe, cui il pubblico inizialmente non può che affezionarsi. Lui che condivide
le domeniche vuote e solitarie di Italia, una donna appesantita e delusa dagli anni ed ama i suoi
intingoli, per quanto pesanti ed a volte indigesti.
Lui, che ha lasciato in Sicilia, madre, nipoti ed un pianoforte che sapeva suonare con dita leggere.
Lui che di quella Sicilia rimpiange i refoli di vento ed il colore del cielo.
Lui che in quella stanzetta angusta, prepara un caffè, lo sorbisce piano, ascolta musica classica, guarda
vecchie fotografie e legge qualche pagina di un libro, anche se qualcosa sembra distrarlo, innervosirlo,
sottrarlo a quel piacere semplice: ora è il contattore che, scattando, lascia la stanza immersa nel buio;
ora lo sbattere insistente e inopportuno di una finestra, che fa entrare, con prepotenza, la vita esterna
in quello spazio ristretto.
Lui così garbato e rassicurante.
Ed è ancora un eroe quando guarda da lontano, pronto ad intervenire, i soprusi di due ragazzini che
si accaniscono su una busta ballonzolante, contenente , a ben vedere, degli esseri viventi, dei
minuscoli gattini, uno dei quali viene accecato con uno spillone rovente, ma costretto a rimanere in
vita e ad affrontarla “ad occhi chiusi”.
La pena dell’uomo quando si avvicina e vede il povero gattino inerme, abbandonato a se stesso dopo
essersi dimenato per il dolore di fronte al supplizio subito, è tangibile.
Ed è ancora un eroe, che muove nello spettatore sentimenti di tenerezza, quando dalla finestra osserva
qualcuno che calcia un pallone negli afosi pomeriggi estivi. Nessuno gioca con lui e la sua solitudine
è palpabile.
Solo l’uomo gli offre amicizia e ristoro dalla calura, in un posto dove ci sono mura spesse che celano
e proteggono l’intimità.
Quello stesso uomo arriva in soccorso anche della famiglia del piccolo, che di anni ne ha appena 10,
dove la madre è sola e con un marito in galera.
A questo punto però la prospettiva si ribalta: l’uomo diventa un carnefice, costringendo il bimbo a
baci che gli rubano l’innocenza, l’infanzia e la spensieratezza per sempre. Dai baci passerà alla
masturbazione, resa sulla scena in maniera cruda, senza celare nulla, in un’atmosfera sempre più
allucinata.
Nella testa dell’uomo è tutto distorto: il terrore del bambino viene scambiato per incitamento, in
assenza di proteste verbali, che muoiono in gola; il suo tentativo di ritrarsi diventa un gioco per
irretirlo; il suo chiudere gli occhi, per non vedere l’abuso cui è sottoposto, decodificato come un
segno di piacere e lascivia. L’uomo ribadisce di aver agito per amore, solo per amore.
La prospettiva continuerà ad essere distorta anche quando il bambino avrà il coraggio di parlare con
la madre, inizialmente incredula, e quando alla sua voce si unirà un coro sempre più ampio.
L’uomo reagirà prima con incredulità, poi con rabbia, sentendosi vittima di un’ingiustizia, proprio lui
che ha aiutato e supportato tutti quei bambini con amore. Lui abbandonato e ferito nella sua tenerezza
profonda per Marco, che “aveva un’anima” e le sue stesse dita da pianista, una ferita che non si
rimarginerà presto. Lui vittima dell’invidia di chi quell’amore non sa capirlo. Lui vittima di un odio
e di un disgusto che stenta a comprendere. Quasi un martire, vessato e oggetto di bieca
discriminazione.
Bruno è un uomo. È un pedofilo. È un prete.

un passato senza veli

Questo spettacolo nasce dalla scrittura del mio libro Eros e burlesque, edito da
Gremese nel 2016.
Durante lo studio preliminare su fonti prevalentemente americane (purtroppo le
pubblicazioni italiane sul tema erano poche e generiche), mi sono imbattuta in
personaggi straordinari. E più approfondivo la ricerca, più queste figure mi
parlavano e si imponevano alla mia attenzione, collocandosi idealmente ‘al
centro della scena’.
Continuando a studiarle e a raccontarle sulla pagina, mi immedesimavo
completamente in loro, ritrovando, tra le pieghe di quelle vite, le mie stesse
difficoltà, gli stessi patimenti, gli stessi dubbi. Il passato non mi era mai
sembrato così contemporaneo.
Da qui, immediata, la voglia di portare in scena, in forma di monologo, alcuni
degli “incontri” in cui mi ero imbattuta, tentando – grazie alla mia doppia
esperienza di attrice e di performer burlesque – una sintesi tra i due linguaggi.
Sola in scena per 80 minuti, racconto e rivivo le storie di queste donne
coraggiose, imprevedibili e, soprattutto, femministe ante-litteram: alcune di
loro, con i soldi guadagnati in scena, riuscivano a mantenere più di un marito
(che, puntualmente, veniva lasciato all’immancabile richiesta di ‘smettere di
spogliarsi’ per amor suo).
Vere Dive marchiate con lo stigma di “stripper” in un mondo in cui la donna, era
perlopiù, casalinga, al massimo maestra o segretaria…
Esistenze fuori dagli schemi che, con il proprio mestiere, riuscivano a raccontare
dall’interno la femminilità, svelando a molti un immaginario profondo e potente,
riscoperto e reinventato nei primi anni 2000, dal movimento del New Burlesque,
assunto a modello di emancipazione e di libera ricerca espressiva”.
(Giulia Di Quilio)

sa mesa

Little Italy, 1913. Cinque famiglie italiane, dopo aver attraversato con non poche difficoltà il grande
Oceano, si ritrovano a vivere sotto lo stesso tetto. Condividono ogni cosa, a partire dal tavolo della
sala, l’unica vera stanza della casa. Decidono che per sopravvivere in questo ambiente di stenti,
cenare insieme raggruppati attorno al tavolo del salone, come la prima sera che arrivarono, carichi
di sogni, donerà loro sollievo. La cena, diventerà per loro il momento in cui raccontarsi, necessario
collante delle loro esistenze. La vita è dura e le poche gioie raggranellate per strada, raggiungono un
fugace equilibrio. Arriverà il momento, in cui l’ambizione e la disperazione prenderanno il
sopravvento e il tavolo, rimarrà vuoto.

“A meglia parola è chilla ca ‘un se dice”

I Cani Sciolti nel quinto anno di attività presentano “Sa Mesa”( dal sardo “La Tavola”), uno
spettacolo che racchiude in sé, il cuore dell’Italia dei primi del ‘900. In un seminterrato nella Little
Italy di New York, si intrecceranno le vite di cinque famiglie di italiani emigrati, provenienti da
diverse regioni italiane. Il salone, sarà il fulcro delle loro vite; al suo interno, ogni evento, ogni
gioia, ogni dolore nascerà e lascerà un segno tangibile del suo passaggio.

Lo spettacolo mette insieme diverse tecniche di racconto e di messa in scena, dalla farsa napoletana
alla commedia degli equivoci dallo spettacolo musicale al Drammatico contemporaneo.

“A cena venite? Mi raccomando copriti che prendi freddo…
Ah Fiorè, torna presto che stasera viene anche il dottor Milani”

“lo vedi questo, questo è quello che abbiamo sempre sognato Nannare’”

Facciamo a pezzi Shakespeare

Una sfida ardua e folle:prendere le opere più famose di
William Shakespeare e metterle in scena in tutti gli stili
teatrali possibili.Dalla tragedia, alla commedia dell’arte,
passando peril teatro d’avanguardia, l’improvvisazione,
il teatro dialettale, fino al Musical. Il risultato è uno
spettacolo così esilarante ed esplosivo che di sicuro
avrebbe fatto divertire anche il Bardo… forse. Veloce,
spiritosoefisico,strapparisatesiaachiamailBardo,sia,e
soprattutto, a chi lo odia.
Facciamo a pezzi Shakespeare è un’immersione leggera
e stravagante nel mondo shakespeariano, un omaggio
divertito e divertente al grande drammaturgo e al teatro
in tutte le sue forme, in cui gli attori si fanno
letteralmente in 100 per portare in scena tutti i principali
personaggi delle opere,trascinando con sé ilpubblico in
una sorta di follia shakespeariana dove si ride anche peri
delitti più atroci.

la rassegna è a cura di gianni d'amato

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Info e prenotazioni 340 689 1072